Luciano e' un ragazzo smilzo, con una storia alle spalle che fa rabbrividire.
Ha quasi 40 anni e da molto tempo vive lontano dalla sua famiglia, adesso e' ospite di una comunita' che si occupa di malati psichiatrici.
Mi osserva, con indosso un maglione troppo grande e troppo grigio, mentre inserisco i suoi dati personali nel computer.
Mi guarda tenendo la testa piegata da un lato, gli occhi tristi ma attenti e le mani nervose che sembrano muoversi per conto loro.
Accanto a lui c'e' Paolo, un educatore della comunita', che mi sta raccontando cos'e' successo.
Ha bevuto un bicchiere di detersivo, e mi porge l'etichetta del prodotto.
- Cos'e' successo, Luciano?-
La mia domanda non vuole avere un tono inquisitorio e lui forse lo capisce.
Dopo un attimo passato a collegare quegli strani pensieri della sua fragile mente, quasi sorride, mentre un rivolo di bava gli scende dalla bocca.
- Io voglio morire-
Me lo dice come se fosse la cosa piu' normale di questo mondo.
Anch'io sorrido e mi sforzo di guardarlo negli occhi.
Il suo sguardo non e' spento, inespressivo o perso nel nulla.
I suoi occhi mi implorano, cercano comprensione, condivisione, sostegno, approvazione.
Sono lo specchio di un universo per me incomprensibile.
Per un attimo mi viene da pensare a tutti quelli che sono morti e non ne avevano affatto voglia e mi corre un brivido lungo la schiena.
Ma ogni essere umano e' unico e ogni storia, ogni vita e' unica.
E Luciano ha la sua vita, terribile, non vissuta ma subita, trascinata da un ospedale all'altro, senza rapporti umani se non quelli forzatamente imposti dalla sua malattia.
Un'emorragia cerebrale quando era ancora in fasce gli ha devastato il cervello e quello che gli e' rimasto di buono lo ha portato verso una diagnosi di schizofrenia con tendenza all'autolesionismo.
E' una condanna a vivere una vita fuori dal mondo.
Forse lui lo sa da tempo, l'ha capito...
Chi puo' dirlo?
Lo prendo per mano e lo accompagno dal medico.
Una flebo, un bicchiere di sciroppo antiemetico e un sondino infilato nello stomaco, giu' dalla gola, e' tutto quello che possiamo fare per lui.
Lui lascia fare, non si ribella, scrutandoci con quegli occhi che sono come coltelli, ti trapassano l'anima...
Non morira' per quel bicchiere di detersivo per i piatti che ha bevuto.
Tornera' alla comunita' dopo una notte in osservazione.
Dovra' escogitare qualcosaltro e lo fara', ne sono certa...

Le cose piu' buone le lascio sempre per ultime.
Quest'abitudine me la porto dietro fin da quando ero bambina.
E di cose buone non e' che ce ne fossero molte...
E così se compro qualche leccornia la conservo diligentemente, aspettando il momento giusto per gustarmela.
E' che quel momento sembra non arrivare mai...
Così, oggi, mettendo in ordine la dispensa, ho trovato cose buone che non
ricordavo nemmeno piu' di avere...
La crema di pistacchi di Bronte comprata un anno e mezzo fa in Sicilia,
il miele del Trentino di quasi tre anni fa,
un bacio perugina rinsecchito,
le acciughe in salamoia di Vado Ligure di due anni fa,
una melagrana pietrificata,
le caramelle francesi al latte di quattro anni fa...
Perfino quando compro il pane fresco lo metto da parte e finisco prima quello vecchio...

E sintomatico il fatto che quando muore qualcuno, qualcunaltro si affanni a capire di chi e' la colpa.
E' sintomatico del fatto che non accettiamo la morte come parte stessa della vita.
Neanche quando arriva a un'eta' che ogni giorno in piu' e' regalato.
Prima o poi bisogna morire.
Dove, come, quando e perche' non ci e' dato saperlo e il piu' delle volte non e' colpa di nessuno.
Siamo finiti sui giornali per una anziana signora trovata morta nella sua casa.
Viveva sola, nessun parente prossimo.
I vicini si premuravano di farle le commissioni ma pare che lei non gradisse piu' di tanto le intrusioni in casa sua.
Morta di freddo, morta di fame, come mai i servizi sociali non se ne occupavano, colpa delle istituzioni che non si fanno carico dei cittadini anziani e soli.
Deve essere colpa di qualcuno.
Ma non puo' essere una scelta?
Decidere di morire a casa propria invece che in un ospizio o in un ospedale?
Io li vedo, gli anziani che ci portano la vigilia di Natale in ospedale per un "ricovero di qualche giorno per fare un controllo".
Un controllo di che?
Vengono abbandonati in un letto, in mezzo ad altri moribondi, in un posto che non e' loro familiare, senza le loro cose e soprattutto senza essere circondati da volti conosciuti e amati.
Sottoposti a torture mediche e infermieristiche come da protocollo che spesso non danno nessun risultato se non quello di causare loro disorientamento e depressione, se ce ne fosse bisogno...
Se poi muoiono in ospedale i parenti spesso si affrettano a denunciare il personale per mancata assistenza o negligenza. Succede.
Non starebbero meglio su una poltrona nel salotto di casa propria, magari con i parenti e conoscenti che ogni tanto si fanno vedere e si fermano a fare quattro chiacchere?
Senza flebo di inutili vitamine, senza piatti e posate di plastica, senza cateteri e sondini, senza lenzuola che sanno di disinfettante, senza guanti di lattice che ti ravanano dovunque, senza pillole e gocce da ingoiare senza sapere perche'.
E se una bella mattina li trovassimo addormentati per sempre, sarebbe la morte piu' giusta. E non sarebbe colpa di nessuno.
Ben vengano le cure e gli ospedali, ma il dono dell'immortalita' ancora non ce lo siamo guadagnato.
